acqua potabile

Acqua: la vita in una risorsa

Come ben sappiamo, l’acqua è una risorsa vitale. Come precedentemente visto (http://superius.it/lacqua-di-domani-lacqua-di-oggi/) è stata dichiarata quale patrimonio meritevole di protezione. E non solo per la sua qualità, ma anche per la sua quantità,: l’ “Oro Blu” “costituisce un fattore aggravante quando si combina a problematiche quali povertà diffusa, tensioni sociali, degrado ambientale e fragilità statuale, tanto che può contribuire, in situazioni particolari, addirittura all’instabilità interna di un Paese, con implicazioni umanitarie, migratorie e di sicurezza” (A. Lanciotti, “L’accesso all’acqua pulita”, in “La tutela dell’ambiente nel diritto internazionale ed europeo”, a cura di R. Giuffrida e F. Amabili, Giappichelli Editore, 2018).
Come abbiamo visto con la Direttiva Acque, l’Europa si propone di preservare al meglio tale risorsa, oltre a porre in essere una serie di controlli e monitoraggi, soprattutto sulla qualità dell’acqua. Si ricorda che oltre alla Direttiva Acque sono state stipulate altre convenzioni quali l’European Water Convention del 1992 che favorisce un approccio integrato alle risorse idriche europee, dapprima a livello europeo – poi aperte anche a stati non europei – , e la UN Watercourses Convention, approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Nonostante ciò è necessario ragionare oltre al “mero” diritto dell’acqua: infatti, come l’articolo sopra citato propone, si deve passare da un diritto “dell’acqua”, ad un diritto “all’acqua”, ovverossia, ragionare sul diritto che ciascun essere umano ha sull’approvvigionamento di tale risorse, indispensabile per la vita, sia sotto il profilo della quantità, che della qualità. In sostanza, il diritto inerente all’acqua deve essere concepito sotto due aspetti. Il primo, concerne la gestione della risorsa, sia a livello statale che europeo ed oltre, il monitoraggio qualitativo e quantitativo, la gestione delle acque reflue anche a livello industriale, e così via. Il secondo aspetto, invece, riguarda il diritto – direi “umano” – all’accesso all’acqua potabile. Quindi, la Direttiva Acque, oltre a dichiarare il rango di “patrimonio” dell’acqua e a perseguire l’obiettivo di proteggere tale risorsa e – conseguentemente – l’ambiente, dà anche indicazioni su come ci si deve strutturare a livello statale – e non solo – ai fini del monitoraggio e gestione dei corsi d’acqua; il diritto “all’acqua”, invece, è frutto dell’elaborazione della giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sulla base della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo (CEDU). La corte di Strasburgo ha sancito come vi sia violazione all’art. 8 della CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) nel caso in cui non vi sia un adeguato accesso all’acqua potabile, nel caso in cui dei pozzi di proprietà privata destinati al consumo umano siano stati contaminati (Zander vs. Svezia), oppure quando le falde acquifere vengono compromesse a causa della presenza di una discarica (Oneryildiz vs. Turchia): in quest’ultimo caso, la Corte ha rilevato anche una lesione grave del benessere dell’individuo, e quindi la violazione dell’art. 2 della CEDU (Diritto alla Vita). Sotto il profilo internazionale, invece, il Comitato per il Controllo sul diritto internazionale economico, sociale e culturale, nel suo commento N. 15 del 2002, ha espresso una posizione significativa sul diritto all’acqua. Interpretando in modo estensivo il Patto che sancisce il diritto di ogni individuo ad un adeguato tenore di vita per sé e per la propria famiglia, ha considerato come il diritto all’acqua fosse un diritto implicito nella norma, e precisamente quale diritto funzionale – e risorsa fondamentale – per la sopravvivenza dell’uomo: “The right to water clearly falls within the category of guarantees essential for securing an adequate standard of living, particularly since it is one of the most fundamental conditions for survival”. Al di là di varie Risoluzioni a livello internazionale sul tema, oggi il diritto all’acqua, seppur sottointeso in diverse norme, tra cui la CEDU, è chiaramente considerato quale necessario presupposto alla vita e, in particolare, ad una vita sana. Ma, seppur sottointeso a livello normativo, tale diritto è stato esplicitato dalla giurisprudenza europea che, come minimo, ha visto il diritto all’acqua strettamente collegato al diritto alla vita privata e famigliare, in un contesto di benessere e serenità e, in altri casi, aggiungendo il diritto alla vita (in salute). Nell’ottica sia europea sia internazionale, quindi, appare chiaro che ciascun Stato sia obbligato all’impegnarsi a mantenere i corpi idrici in uno stato qualitativo elevato, perché strettamente collegato con il diritto alla vita e, direi, anche con il diritto alla salute, garantito dall’art. 32 della Costituzione italiana. Impegno che deve tradursi, necessariamente, in un risultato effettivo per la salute dell’essere umano.