“Chi inquina paga”: la sentenza della Corte di Giustizia C-534/13. Accenno pratico sul caso Pfas nelle acque vicentine (e non solo)

Il Principio “Chi inquina paga” è uno dei Principi espressi dall’art. 191 par. 2 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea. Il criterio è chiaro: chi inquina…paga. In verità tale Principio, a mio parere, deve essere residuale: l’Unione Europea mira, infatti, ad una politica ambientale traducibile in un elevato livello di tutela dell’ambiente stesso, così come peraltro definito dall’art. 37 della Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, che richiama altresì il principio dello sviluppo sostenibile.
“Chi inquina paga” è un principio che ha due finalità: quello sanzionatorio, facendo pagare chi ha inquinato, e quello di ripristino dello status quo ante, cioè dello stato in cui era il luogo inquinato prima dell’inquinamento, in sostanza, la bonifica, che deve essere a spese di colui il quale ha inquinato. Ma attenzione: deve esserci un nesso tra chi ha inquinato – quindi, la condotta – ed il luogo danneggiato – cioè il danno -, traducendosi questo nesso, in “nesso di causalità”.
Tale specifico nesso causale è stato ampiamente specificato dalla Corte di Giustizia per mezzo della sentenza C-534/13 che ha trattato un caso tutto italiano, nel quale erano coinvolte più società – operanti in diversi settori – e, parte in causa, v’erano – tra gli altri – anche il Ministero della Salute e il Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e del Mare. Il fatto: nel corso di un ventennio, a partire dagli anni ’60, due società del gruppo Montedison S.p.A. (poi Edison S.p.A.) hanno gestito un sito industriale di produzione di pesticidi ed altre sostanze chimiche, ed i terreni interessati dalla produzione industriale, sono stati contaminati da diverse sostanze chimiche. Negli anni ’90 il sito viene bonificato, sebbene in modo insufficiente, tanto che tali terreni – siti a Massa Carrara – vengono dichiarati di “interesse nazionale”, al fine del risanamento. Tra il 2006 ed il 2011, diverse società diventano proprietarie di parti dei terreni inquinati in questione. Nel corso di tale periodo, la pubblica amministrazione ha ingiunto queste società, neo-proprietarie del sito, di mettere in sicurezza d’urgenza il sito in conformità del codice dell’ambiente, considerando queste aziende quali “custodi” del sito. Ne è derivata una causa, fino a che i giudici italiani hanno deciso di rinviare la questione alla Corte di Giustizia dell’Unione Europea al fine di avere la corretta interpretazione dell’art. 191 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione Europea, ed il relativo principio “chi inquina paga”, unitamente ad una direttiva, la n. 2004/35, recante disposizioni sulla responsabilità ambientale in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale. La Corte di Giustizia è chiara: la responsabilità ambientale si rileva nel momento in cui sia accertata il nesso causale tra l’azione dell’operatore, ed il danno ambientale concreto e qualificabile, “al fine dell’imposizione a tale operatore o a tali operatori di misure di riparazione, a prescindere dal tipo di inquinamento di cui trattasi”: tale nesso causale, deve essere accertato dall’autorità competente.
In tema di responsabilità e di nesso causale, la Corte ricorda che “conformemente all’articolo 8, paragrafo 3, lettera a), della direttiva 2004/35, in combinato disposto con il considerando 20 della stessa, l’operatore non è tenuto a sostenere i costi delle azioni di riparazione adottate in applicazione di tale direttiva quando è in grado di dimostrare che i danni in questione sono opera di un terzo e si sono verificati nonostante l’esistenza di idonee misure di sicurezza, o sono conseguenza di un ordine o di un’istruzione impartiti da un’autorità pubblica”.
In sostanza, solo chi effettivamente inquina, deve pagare. Tuttavia, la Corte stabilisce altresì che nulla osta allo Stato membro di adottare misure più severe in materia di prevenzione e riparazione del danno ambientale, compresa l’individuazione di altri soggetti responsabili. Nel caso italiano, i giudici hanno evidenziato come non sia possibile imporre misure di riparazione al proprietario non responsabile della contaminazione, mentre è possibile imporre a costui il rimborso dei costi degli interventi intrapresi dall’autorità competente nei limiti del valore del terreno, determinato dopo l’esecuzione di tali interventi. In sostanza, nessuna sanzione, ma il rimborso dei costi già sostenuti dalla pubblica amministrazione per la bonifica e parametrati al valore del terreno.
Nell’estate del 2013, a seguito di una campagna di misurazione di sostanze chimiche contaminanti rare sui principali bacini italiani, è emerso un inquinamento diffuso da sostanze dette PFAS, un composto chimico acido utilizzato nelle lavorazioni delle pelli, nelle pentole antiaderenti, e in altri prodotti e processi produttivi aziendali: ciò, da almeno a partire dagli anni ’80, sebbene alcuni (tra cui il quotidiano nazionale La Repubblica http://www.repubblica.it/salute/medicina/2017/09/22/news/i_veleni_del_pfas_cosa_sono-176194654/?ref=search) abbiano fatto risalire l’utilizzo del composto addirittura dagli anni ‘50. Tant’è che nella relazione del Dipartimento Regionale per la Sicurezza del Territorio, intitolata “Stima dei tempi di propagazione dell’inquinamento da sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) nelle acque sotterranee in provincia di Vicenza”, si dichiara che “un indizio della possibile presenza dei PFAS si rileva nelle relazioni peritali dei CTU relativamente all’inquinamento del 1977″ nell’ambito del procedimento penale n. 5387 disposto dal Giudice dott. A. De Silvestri nel medesimo anno.
I territori oggi colpiti sono quelli vicentino, veronese, e padovano. Da qui un’annosa questione sulle conseguenze dell’inquinante sulla salute, sulle responsabilità e sulle misure di bonifica ove possibile. Il vicentino, territorio in cui vivo, sta ponendo attenzione a questo tema: d’altra parte, l’acqua è parte integrante della vita, ed è utilizzata anche per l’agricoltura e l’allevamento. Siamo ciò che mangiamo…
Lo zoccolo duro del vicentino pare essere a Trissino, ove è stata individuata la maggiore concentrazione di Pfas: si badi bene, che quella di Trissino non è l’unico punto “incriminato”, ve ne sono altri, dato che quella, è terra di conceria, e chissà negli anni cosa si è fatto a danno dell’ambiente. Nell’occhio del ciclone è il terreno dove sorge la Miteni S.p.A., industria operante nel settore chimico del fluoro e prodotti intermedi per l’agricoltura e la farmaceutica, che peraltro è certificata (proprio dall’anno 2013) ISO140001, certificazione ambientale che costituisce linee guida per stabilire, attuare, mantenere attivo e migliorare un sistema di gestione ambientale da integrarsi nei processi produttivi aziendali. Evidenzio comunque, che a mio avviso le certificazioni di questo tipo non equivalgono ad una certificazione su un “impatto zero” dell’azienda sull’ambiente, tant’è che il codice ambientale prevede un iter amministrativo al fine di scaricare le acque reflue, cioè quelle acque utilizzate nei processi produttivi e poi scaricate nell’ambiente.
Ma seguendo il principio “Chi inquina paga”, sorge spontaneo chiedersi, ad esempio su questo particolare sito, di chi potrebbe essere la responsabilità della situazione della falda, che pare abbia contaminato l’area delle tre provincie sopra accennate. La Miteni ha dichiarato che la responsabilità è della Mitsubishi Corporation, che un tempo deteneva la proprietà (http://www.veronasera.it/cronaca/pfas-miteni-poscola-noe-20-giugno-2017.html). Due sono quindi gli aspetti che si pongono: innanzitutto la responsabilità di un vecchio proprietario, sul quale grava il principio “Chi inquina paga”. Secondariamente, si deve comprendere se da quando si è insediata la Miteni, quest’ultima ha contribuito all’inquinamento. Se così fosse, penso che essa debba pagare per la “quota” parte di inquinamento. Diversamente, la Miteni dovrà pagare – seguendo il ragionamento della Corte di Giustizia e rispetto al riferimento normativo interno – i lavori di bonifica parametrati al valore del terreno alla Pubblica Amministrazione. La cosa che però mi fa riflettere, è che ad oggi, nel sito internet della Miteni ( http://www.miteninforma.it/chi-siamo/l-azienda.html) si  dice che l’azienda “Nasce dall’unione delle attività di produzione dei prodotti fluorochimici di Rimar e di EniChem Synthesis con il network commerciale internazionale Mitsubishi Corporation”, cioè, la società che Miteni accusa di aver inquinato il sito. Quindi, a mio parere, si dovrebbe comprendere bene gli avvicendamenti societari della Miteni, e come questa si collega con la Mitsubishi Corporation, al fine di capire se c’è un filo conduttore unico di responsabilità o meno. Perché? Eh, perché se in realtà il soggetto che ha inquinato ha solo cambiato nome, ritengo che la responsabilità sia sempre dello stesso soggetto, e non del “Tizio” che c’era prima. In sostanza, il principio espresso dalla Corte sulla proprietà, funge da spartiacque come limite temporale, ma non può essere considerato quale unico principio assoluto, ma da coordinarsi a seconda della situazione.
Comunque, sta di fatto – e questa è la nota dolente – che ad oggi tecnicamente non possiamo nemmeno parlare effettivamente di Pfas come inquinante: perché? Beh perché non è ancora inserito nelle tabelle degli inquinanti stabiliti dalla legge.
I miei sono solo ragionamenti su un caso pratico rispetto a quanto stabilito dalla Corte di Giustizia, ponendo problemi di natura societaria e di passaggio di proprietà non solo del sito inquinato, ma anche dell’attività produttiva stessa.

Per chi vuole vedere una mappatura delle zone colpite da Pfas:

Poster_PFAS

Aggiornamento mappatura Giunta Regionale del 21.05.2018

https://www.regione.veneto.it/web/guest/comunicati-stampa/dettaglio-comunicati?_spp_detailId=3203974

Per chi vuole vedere la pagina della Miteni di cui al link sopra:

Pagina Miteni