Il Rifiuto Itinerante

Per chi ci fa caso, il problema dei rifiuti è quotidiano: tutti i giorni produciamo immondizia. E per quanti sforzi possiamo fare nella separazione del rifiuto, la sua destinazione finale è ancora un problema. Dalle discariche – abusive o meno -, agli inceneritori, alla spedizione – o arrivo – di una massa di rifiuti chissà per (o “da”) dove.

Il punto di partenza sulla normativa europea (con il tempo arriveremo anche a quella interna) è la direttiva 2006/12/CE, con la quale si espongono alcuni principi e nozioni cardini. Da questa direttiva emerge innanzitutto ciò che è escluso dal suo campo di applicazione: tra queste, le acque di scarico e gli effluenti gassosi immessi nell’atmosfera – facenti parte di due corpus normativi a parte -. È del tutto evidente, poi, che l’Unione Europea chiede agli Stati membri di adottare misure per promuovere lo sviluppo di tecnologie pulite e la “messa a punto tecnica e l’immissione sul mercato di prodotti concepiti in modo da non contribuire o da contribuire il meno possibile, per la loro fabbricazione, il loro uso o il loro smaltimento, ad incrementare la quantità o la nocività dei rifiuti e i rischi di inquinamento”. In sostanza, per quello che personalmente posso trarre, si chiede di rivedere i sistemi produttivi ed i prodotti stessi (ad esempio, in tema di packaging) al fine di ridurre la quantità dei rifiuti e la loro nocività, nonché le conseguenze che il prodotto stesso può causare: l’inquinamento. Altro punto da notare, è che l’articolo 5, prevede che gli stati membri debbano “adottare le misure appropriate per la creazione di una rete integrata e adeguata di impianti di smaltimento, che tenga conto delle tecnologie più perfezionate a disposizione che non comportino costi eccessivi. Questa rete deve consentire alla Comunità nel suo insieme di raggiungere l’autosufficienza in materia di smaltimento dei rifiuti e ai singoli Stati membri di mirare al conseguimento di tale obiettivo, tenendo conto del contesto geografico o della necessità di impianti specializzati per determinati tipi di rifiuti”. In sostanza, gli Stati membri creano una rete al fine di gestire (meglio, smaltire) i rifiuti, secondo criteri geografici e secondo la presenza di impianti specializzati sulla gestione di alcuni tipi di rifiuti. Il punto critico, secondo me, sta nel fatto che “l’autosufficienza” sembra calarsi nel contesto europeo. Come dire che è l’Europa ad essere autosufficiente, non il singolo Stato membro che, in coscienza, deve gestirsi e smaltirsi i rifiuti che produce. Il che può anche significare che magari un Paese più virtuoso nella produzione e gestione del rifiuto, si trova a smaltire anche le immondizie di un Paese membro meno virtuoso che, per contesto geografico – ad esempio – non può gestire la mole di rifiuti che produce. Il tutto per via di questa “rete integrata” e della locuzione “Comunità nel suo insieme”, dove “Comunità”, magari sbagliando, personalmente la interpreto come “Comunità Europea”.
Il principio di autosufficienza è frutto di una elaborazione della Corte di Giustizia dell’Unione Europea dei primi anni ‘90: secondo una nota sentenza (Commissione c. Belgio, causa C-2/90), i rifiuti devono essere smaltiti nei limiti del possibile nel luogo della loro produzione. Qui il primo principio, quello dell’autosufficienza. Tuttavia, la sentenza in questione ha altresì stabilito che in ogni caso i rifiuti – non importa se riciclabili o meno -, sono da considerarsi prodotti la cui circolazione non dovrebbe essere impedita. Da qui, ritengo, l’originaria idea di gestione di rifiuti mediante una “rete” tra gli stati membri. Un ulteriore caso è quello della sentenza C-203/96 della medesima Corte, altrimenti conosciuta come la sentenza del caso Dusseldorp, secondo la quale i rifiuti destinati al recupero, debbano circolare liberamente all’interno degli Stati membri e che, quindi, il principio di autosufficienza non vada applicato. Da queste due sentenze, nascono i due principi di cui alla direttiva dell’Unione Europea: l’autosufficienza che però non è da intendersi ristretta al singolo Stato, ma all’intero territorio dell’Unione, e la gestione in “rete” dei rifiuti.
Il punto è capire ora cosa significhi “recupero”. La definizione finale è espressa nella direttiva del 2006 di cui stiamo parlando, la quale rimanda al suo allegato II B. Per recupero si intende una molteplicità di operazioni quali, ad esempio:
l’utilizzo del rifiuto come combustibile o come altro mezzo per produrre energia (ritengo sia corretto parlare di incenerimento dei rifiuti)
spandimento sul suolo a beneficio dell’agricoltura
riciclo/recupero dei metalli o composti metallici
messa in riserva di rifiuti per sottoporli, ad esempio, alla combustione per produrre energia (mi pare di capire che per “messa in riserva” significhi “ammassare rifiuti”)
Il secondo passo in avanti del legislatore europeo, è stato fatto con la direttiva 2008/98/CE. Tra le varie novità spicca la responsabilità del produttore di cui all’art. 8. La finalità ultima di tale estensione è quella di incentivare il produttore ad una progettazione dei prodotti volta a ridurre i loro impatti ambientali e la produzione dei rifiuti. Tale finalità è espressa dal secondo comma dell’articolo in parola ma è implicita anche nelle altre misure previste dal medesimo articolo. Ad esempio, è permesso allo Stato membro di promulgare una legge che preveda come il produttore debba accettare la restituzione del prodotto utilizzato – quindi, il rifiuto –, la sua successiva gestione, e la conseguente responsabilità finanziaria. In sostanza, il principio “Chi inquina paga”, è potenzialmente affibbiato al produttore; tutto ciò, senza compromettere il regolare funzionamento del mercato interno (cioè, del mercato europeo), che peraltro è la costante preoccupazione dell’UE. Purtroppo, tale articolo costituisce una piena facoltà in capo allo Stato membro, tale per cui è possibile avere una legislazione differente in materia dei rifiuti a seconda del Paese in cui ci si trova. E così, di nuovo, si può avere un Paese che incentiva un tipo di produzione che sia il più possibile virtuosa – permettendo altresì uno sviluppo tecnologico all’avanguardia – ed un Paese che carica solo sul consumatore la responsabilità della produzione e gestione del rifiuto, secondo il principio “Chi inquina paga”.
Da questi pochissimi spunti, possiamo trarre alcune conclusioni. Innanzitutto, c’è una eccessiva libertà legislativa in tema di abbattimento dei rifiuti, tale da non avere una legislazione omogenea tra gli Stati membri, e ciò nemmeno sul principio “Chi inquina paga”. Si può osservare come la virtuosità in tema di produzione di rifiuti può anche non essere perseguita od in minor misura, atteso che il rifiuto stesso può essere, qualora sia recuperabile, spedito in un altro Stato membro. È vero che nella destinazione di arrivo il rifiuto può essere recuperato, ma non è possibile ignorare il fatto che comunque un inquinamento, ad esempio dell’aria, si produrrà ugualmente.
Sicuramente deve essere responsabilizzato il produttore che, però, dovrà anche essere incentivato a rinnovare con nuove tecnologie la produzione dei propri prodotti. Tuttavia, tale aspetto costituisce solo una facoltà in capo agli Stati membri.
Dobbiamo infatti ricordare che da tutto ciò si moltiplicano talune questioni: il tema del costo finanziario sulla gestione dei rifiuti, la “questione” degli inceneritori e le conseguenti emissioni nell’aria che respiriamo di chissà quali polveri, le discariche per diversi tipi di rifiuti. Questi aspetti sono disciplinati da direttive europee diverse. Tutto ciò, ha una evidente conseguenza nell’ambiente e, ritengo, se non abbiamo disposizioni vincolanti e veramente incisive dall’alto, difficilmente cominceremo a produrre meno rifiuti.
Penso in sostanza che il vero risultato sia quello di una produzione di rifiuti più o meno oculata, perché “tanto” da qualche parte, questo rifiuto, lo spedisco, liberandomene, soprattutto alla luce del concetto di “recupero” dato dalla direttiva del 2008. La conseguenza è non responsabilizzare gli Stati membri nel proprio singolo territorio, evitando così di prestare attenzione al proprio ambiente circoscritto ed ai propri cittadini. Solo con un vero spirito, perdonatemi, egoistico, si può attuare l’impegno alla riduzione: nel senso che, solo prestando attenzione all’ambiente circoscritto in cui si vive, lo Stato attua normative stringenti. Anche perché, si sa, le norme fortemente stringenti comportano inevitabilmente un costo economico: ad esempio, l’incentivo ai produttori per cambiare tecnologia – senza, ovviamente, incorrere negli aiuti di Stato -, il costo di una nuova gestione dei rifiuti, magari senza spedire l’immondizia altrove, dovendosi così attrezzare. Diversamente, il singolo Stato, è portato a dire: “chi se ne frega?”

 

Per chi vuole approfondire:

direttiva 2006-12-CE

direttiva 2008-98-CE