Il “Quadro Acque”: una direttiva dell’Unione Europea

L’acqua è un bene preziosissimo, e lo stiamo percependo sempre di più. Un po’ per i cambiamenti climatici, un po’ per i numerosi scandali sull’inquinamento dell’acqua che a poco a poco stanno emergendo a macchia di leopardo nel territorio italiano e non solo. La politica europea in tema di acqua, ha trovato un punto focale nella direttiva 2000/60/CEE, altrimenti conosciuta come “Direttiva Quadro Acque”. La volontà è quella di dare un assetto giuridico unitario in materia di protezione dell’acqua, sia quelle superficiali, sia sotterranee, che di transizione (cioè quell’acqua in prossimità della foce). Prima di tutto, l’Europa dichiara, nel Considerando n.1 della direttiva (cioè quei punti che fungono da preambolo alla normativa ma che ne sono parte integrante e che seguono l’incipit “Considerando quanto segue:”), che l’acqua “non è un prodotto commerciale al pari degli altri, bensì un patrimonio che va protetto”.
Mi permettete di fare un azzardo? L’Unione Europea ci sta dicendo che è un prodotto – perché si paga -, ma che non lo è come gli altri, cioè non può stare sul mercato come gli altri, perché è un patrimonio degno di protezione: è un bene di tutti (patrimonio), meritevole di tutela.
Lo scopo dichiarato (art. 1) è molteplice: innanzitutto quello di impedire un ulteriore deterioramento della risorsa, e conseguentemente degli ecosistemi acquatici; quello di migliorare la situazione dello stato in cui è l’acqua, nonché incentivare un utilizzo idrico sostenibile, fondato sulla protezione a lungo termine della risorsa idrica. Quest’ultimo aspetto è inequivocabilmente orientato alla sostenibilità come intesa dal Global Compact delle Nazioni Unite, tema trattato in questo blog: per un ripasso, visitate la pagina http://superius.it/primo-articolo-sostenibilita/.
Gli obiettivi della direttiva sono molteplici, ma possiamo sintetizzarli in alcuni centrali, quali:
 Raggiungere il buono stato dei corpi idrici (l’obiettivo era fissato per il 2015…)
 Impedire il deterioramento e migliorare lo stato dei corpi idrici
 Promuovere uno sfruttamento sostenibile della risorsa
 Introdurre il principio di recupero dei costi dei servizi idrici ed i costi secondo il principio “Chi inquina paga”
 Riduzione dell’inquinamento delle acque sotterranee.
Gli scopi (ed obiettivi) della direttiva, invero, sono ben di più di quelli elencati qui, ma per ovvie ragioni non posso farne un poema; tuttavia, non dobbiamo dimenticare un altro scopo, ovverossia quello di ridurre in modo significativo l’inquinamento delle acque sotterranee. Si badi bene: “ridurre” non significa “eliminare”, tant’è che l’articolo 4 della direttiva in parola, alla lett. b del par.1, dichiara che “gli Stati membri attuano le misure necessarie per impedire o limitare l’immissione di inquinanti nelle acque sotterranee e per impedire il deterioramento dello stato di tutti i corpi idrici sotterranei, salva l’applicazione dei paragrafi 6 e 7 e salvo il paragrafo 8 del presente articolo e salva l’applicazione dell’articolo 11, paragrafo 3, lettera j) ”. Andiamo a vedere i nodi cruciali. In particolare, il paragrafo 7 richiama la possibilità circa il fatto che la misura a tutela delle acque superficiali possa essere – di fatto – derogata (in buona sostanza la norma viene meno), nel momento in cui sono posti in essere nuove attività sostenibili di sviluppo umano. Che cosa si debba intendere per “sviluppo” umano, non è dato sapersi, perché la direttiva non lo spiega, nemmeno all’articolo 2 dedicato alle “Definizioni”. Quindi, direi che è interpretabile, e credo fermamente che l’interpretazione corretta sia quella di sviluppo economico (industriale, artigianale, agricolo). Non è che così si butti tutto alle ortiche, perché a mio avviso la direttiva ha specificato il tipo di sviluppo: deve essere sostenibile (avete cliccato il link http://superius.it/primo-articolo-sostenibilita/ per il ripasso?), quindi non deve essere un modello di sviluppo economico classico.
L’altra deroga, ben più pesante, è quella relativa all’art. 11 par. 3, lett. j. Tralasciando qui l’aspetto di un nuovo assetto istituzionale sulla gestione idrica, l’articolo 11 prevede la creazione di un programma di misure a tutela. Ogni programma, deve contenere delle misure di base, considerati i requisiti minimi di programma. Tra questi (ecco il par. 3 lett.j dell’art. 11) v’è il divieto assoluto dello scarico di inquinanti nelle acque sotterranee. Quindi, di base, non deve essere previsto una limitazione “o” un impedimento allo scarico nelle acque sotterranee, bensì un vero e proprio divieto a monte: non c’è margine di scelta (salvo, di nuovo, alcune deroghe). A questo divieto, quindi, è possibile derogare, in virtù dello “sviluppo umano” (sostenibile).
La tematica, lo si può capire, è complessa, perché deve coniugare una molteplicità di interessi in gioco: la preservazione della risorsa idrica per sé stessi e le generazioni future, l’utilizzo quotidiano dell’acqua, e lo sviluppo economico industriale. Tant’è che (ma lo farò sapere prossimamente nel dettaglio, ma lo anticipo già adesso) è sostanzialmente impossibile – allo stato attuale delle cose – non inquinare: nel senso che nei processi industriali dove si prevede lo scarico delle acque, una emissione di inquinanti c’è per forza, salvo – credo – eccezioni imprenditoriali che hanno sistemi – penso – all’avanguardia. Tutto sta a quei famosi allegati o famose tabelle, che fanno parte integrante delle leggi. Quali elementi chimici posso scaricare? In che quantità? Qual è l’apparato normativo che regola tutto ciò? In merito, a livello di legislazione interna – più semplicemente: la legge italiana -, è il d.lgs 152/2006 (altrimenti conosciuto come Testo Unico Ambientale) che regolamenta tutto ciò. Poi in realtà è doveroso sapere che il “Testo Unico”, in verità non comprende tutta la materia ambientale, perché il nostro buon legislatore ha promulgato leggi a destra e a manca a seconda della materia da coprire. Quindi, ciò che noi ci ritroviamo è un bel guazzabuglio di leggi.
Ma torniamo un attimo alla direttiva, sebbene dobbiamo essere consapevoli che non riuscirò a dare un quadro esaustivo della questione in un solo articolo. Dunque, la direttiva prevede una identificazione di corpi idrici significativi, che vengono definiti nella direttiva stessa: una mappatura insomma dei corpi idrici presenti sul territorio. È prevista la stesura di un programma di misure a scala di bacino (cioè il territorio nel quale scorrono tutte le acque superficiali attraverso una serie di torrenti, fiumi ed eventualmente laghi per sfociare al mare in un’unica foce), per raggiungere l’obiettivo del “buono stato ecologico”. Ciascun bacino è assegnato ad un distretto idrografico, che è l’unità di gestione dei bacini. Per ciascun distretto è designata una autorità competente, che deve applicare le norme previste dalla direttiva. In sostanza, è quel processo che in inglese viene chiamato “Top down”, cioè una delega “dall’alto verso il basso” affinché vengano rispettate le norme.
Ma cosa significa “buono stato ecologico“?

 

Vediamo di arrivarci: la direttiva in parola valuta la qualità delle acque non più in base a valori limite quantitativi chimico-fisici che determinano la loro potenzialità d’uso, bensì in rapporto ad uno stato di riferimento delle loro caratteristiche ecologiche: in sostanza, come essa si trova nell’ambiente
senza l’interazione da parte dell’uomo, e avuto riguardo al contesto ambientale (flora e fauna) in cui essa si trova, ed in relazione alle sue condizioni fisiche e chimiche naturali. Attraverso un costante sistema di monitoraggio e di studi, quindi, gli Stati Membri dovranno classificare la qualità ecologica dell’acqua, fino ad arrivare al “buono stato ecologico”, così come appena inteso.
In sostanza, con questa direttiva, composta da diversi allegati di contenuto altamente tecnico, si assiste al primo vero passo per una gestione unitaria da parte dell’Europa della risorsa idrica. Non è stata chiaramente l’unica dato che, nel 2008, la direttiva n. 105 ha completato il quadro di questo primo – ma non ultimo – passo nella normazione dell’acqua. Il punto è che sembra banale ma non lo è, perchè gli interessi che si intrecciano sono diversi: economici (basti pensare al tema della privatizzazione dell’acqua), sociali (l’acqua è vitale per tutti noi), ed industriali, visto che l’intero panorama delle leggi che tocca questo tema, interessa anche le industrie che utilizzano l’acqua nei propri processi produttivi, dovendola poi ulteriormente gestire alla fine del processo produttivo mediante lo scarico, o il suo trattamento a mo’ di rifiuto. Ma questo è un altro film.
Per ora ci basti sapere come l’acqua è considerata a livello europeo: un patrimonio. Basti tenere a mente, poi, il fatto che la direttiva fornisce un orientamento (quello sostenibile e di riduzione dell’inquinamento) agli Stati Membri, e che essa richiama il principio “Chi inquina paga”, per il quale dovremo fare un’ulteriore riflessione.