Multifunzionalità e sostenibilità in agricoltura: un problema di definizione

L’impresa agricola racchiude in sé anche il concetto di multifunzionalità. Tuttavia, questo termine può trarre in inganno anche causa di due fonti normative italiane (il d.lgs 228/2001 e l. 141/2015), che devono essere necessariamente coordinate con ulteriori definizioni di livello internazionale ed europeo, a partire dall’ Earth Summit di Rio de Janeiro, all’Agenda 2000 dell’Unione Europea. Multifunzionalità, ruolo sociale, o Responsabilità di Impresa? Tre termini che non vanno confusi tra di loro.

Ho già fatto un piccolo accenno al concetto di sostenibilità di impresa, conosciuta in Italia con l’acronimo di RSI (Responsabilità Sociale di Impresa) mentre, se come sempre si vuole essere più “fichi” l’acronimo è CSR (Corporate Social Responsibility). Se avete bisogno di un veloce punto di riferimento, vedete lo spunto che ho dato sul tema, visitando la pagina http://superius.it/primo-articolo-sostenibilita/.
In tema di ruolo sociale, ho trovato un articolo scientifico sull’”agricoltura sociale”, nel quale si sostiene che per quanto riguarda questo tema, risalta la volontà da parte del nostro legislatore di coniugare le attività produttive dell’impresa agricola con quelle sociali, oltre a voler avvicinare le persone alle tematiche ambientali ed allo sviluppo locale territoriale. Poi, ho trovato un diverso articolo scientifico che contraddice in parte ciò che era detto nel primo, e che chiarisce ciò che significa multifunzionalità.
Quindi, mossa dalla curiosità, mi ci sono soffermata sopra un pochino. Tre termini, tre significati, molta confusione.
Il primo riferimento che viene fatto in uno dei due articoli, è quello sull’art. 117 lett. m) della nostra Costituzione, con il quale si stabilisce la competenza esclusiva dello Stato a legiferare in tema di determinazione di livelli essenziali delle prestazioni concernenti i diritti civili e sociali, che devono essere garantiti in tutto il territorio nazionale. Questo articolo costituzionale è stato fonte di ispirazione per il nostro legislatore che, in tema di agricoltura sociale, ha promulgato la legge n. 141/2015, intitolata “Disposizioni in materia di agricoltura sociale”. Approfondirò con calma e magari con il vostro aiuto questa legge. Per ora vorrei ragionare su ciò che questo articolo scientifico dice e paragonarlo all’altro. Perché? Eh, perché ho un dubbio!
Allora, procediamo con ordine. La legge 141/2015, all’articolo 1, intitolato “Finalità”, promuove l’agricoltura sociale quale aspetto della multifunzionalità delle imprese agricole. Dove, per multifunzionalità così come intesa dal legislatore, ha una finalità di stampo prettamente sociale, così come lo intendiamo comunemente. Si parla di interventi socio-sanitari, educativi, inserimento socio-lavorativo, e collegando il tutto, sostanzialmente ad un ruolo radicato nel territorio della impresa agricola.
Il punto è che il ruolo multifunzionale dell’impresa era già stata definita dal legislatore. Ma la “multifunzionalità” è stata intesa in modo diverso, modificando l’art. 2135 del codice civile che definisce chi è l’imprenditore agricolo: chi è dunque? È colui il quale esercita una delle seguenti attività: coltivazione del fondo, selvicoltura, allevamento di animali e attività connesse. Questa definizione, sia chiaro, non è stata inventata dal nostro legislatore, il quale ha solo recepito il nuovo ruolo dell’agricoltore, quello economico. Il concetto attorno alle “attività connesse”, risale ancora dall’ Earth Summit di Rio de Janeiro del 1992 e dall’Agenda 2000 dell’Unione Europea. In sostanza si era ripensato in nuova veste il ruolo dell’agricoltura, constatando l’intensificazione dei processi produttivi. L’agricoltura doveva continuare a soddisfare la domanda di prodotti ma, vista la sua stretta connessione con l’ambiente, perché non vedere in essa un ruolo diverso? Quello cioè di fornire altri beni e servizi che non fossero cibo, ricavabili dal contesto in cui l’agricoltore opera.

 

Da qui, ne è scaturita anche una modalità di gestione dell’impresa agricola del tutto nuova. Il punto è che tale concetto multifunzionale, non richiede nessun approccio o modelli di governance che siano sostenibili, nel senso vero di cui alla Responsabilità Sociale di Impresa, così come definito dal Global Compact. Che la multifunzionalità abbia portato dei beni o servizi utili alla collettività, è fuori discussione. Ma far combaciare il concetto di Responsabilità Sociale di Impresa alla multifunzionalità così come ricavato dall’art. 2135 c.c., è fuorviante, poiché quest’ultimo incarna solo la parte economica. Tra i due articoli emergono due modelli di agricoltura: quello multifunzionale inteso nel senso di responsabilità sociale, e quello multifunzionale nel senso delle “attività connesse”. In buona sostanza, c’è una contraddizione in termini. E tutto perché – ritengo – il legislatore non ha approfondito ciò che il termine “multifunzionale” può comportare.
Allora, direi a questo punto di complicare un pochino di più la situazione: direi piuttosto che esistono tre diverse tipologie di aziende, se non addirittura quattro.
La prima è quella multifunzionale nel senso che offre servizi e/o beni ricavati dalle attività connesse. Queste aziende non necessariamente operano nell’ambito della responsabilità sociale. Così facciamo contento il decreto legislativo 228/2001 che ha modificato l’art. 2135 del c.c. ;
La seconda è quella che personalmente chiamerei “bi-funzionale”, nel senso che oltre ai prodotti agricoli, ha un ruolo sociale nel contesto in cui vive, nel senso della l. 141/2015;
La terza è l’azienda che ha improntato la sua attività nel senso della vera Responsabilità Sociale di Impresa, quindi con un sistema produttivo e di gestione di impresa secondo il Global Compact;
La quarta, racchiude tutte le precedenti, e cioè, quella azienda che sfrutta in modo responsabile tutte le risorse a disposizione, preservandole, e che ha un ruolo sociale nel territorio in cui essa si colloca. E questa come la chiamiamo? Si accettano suggerimenti.